L'ansia di sapere Massimo Adolfo Vitale e il Comitato Ricerca Deportati Ebrei

"Carissimi Musci e Bea, dovete sapere che qui a Roma, un giorno di ottobre 1943 i tedeschi fin dalla prima mattina bloccarono degli ebrei di cui possedevano gli indirizzi e razziarono intere famiglie, uomini, donne vecchi, bambini, malati, tutti. Si salvarono i mattinieri che erano usciti di casa per tempo... Un negoziante di nostra conoscenza, sig. [Renato] Di Veroli, poté salvarsi per miracolo, ma furono catturati la moglie [ Vanda Della Torre ], due bambini [ Adolfo Di Veroli, Rina Di Veroli ] e i genitori [ Rosa Sonnino, Giacomo Della Torre ]. Zilla e questo signore spesso parlavano dei loro casi dolorosi, per cui appena giunta la vostra lettera si è affrettata a mostrargliela. Il Di Veroli ne ha parlato con parenti di altri razziati che hanno costituito un Comitato di Ricerche. Questo Comitato si prefigge di operare per TENTARE di avere notizie riguardanti i deportati e - possibilmente - portare loro qualche aiuto. Senonché - finora - poco o nulla ha potuto fare, soprattutto per l'ignoranza assoluta dei luoghi ove sarebbero stati deportati [...] . La vostra lettera costituisce la PRIMA notizia di fonte sicura che giunge dai campi di concentramento tedeschi; la prima VOCE vera di persone che - dopo essere state rinchiuse nei Campi, sono tornati alla luce, alla libertà".
(Guido Cortini, 26 settembre 1944).

Questa, come molte altre simili lettere e testimonianze, proviene dalle carte del fondo archivistico "Comitato Ricerche Deportati Ebrei (CRDE)". Come si può evincere dal rapidissimo cenno contenuto nella lettera citata, il CRDE si formò a Roma all'indomani della Liberazione. Ebbe inizialmente il carattere di una organizzazione di sostegno ai famigliari dei deportati e ai deportati stessi. Successivamente, specialmente per impulso del nuovo presidente, Massimo Adolfo Vitale, il CRDE assunse col tempo sempre più il carattere di un centro di documentazione.

La pubblicazione online e il libero accesso alle carte digitalizzate sia del Fondo CRDE sia del Fondo Massimo Adolfo Vitale, rappresenta un nuovo, ulteriore contributo che la Fondazione CDEC offre alla diffusione della conoscenza della storia della Shoah in Italia.

Il percorso che proponiamo è volto soprattutto a ristabilire, almeno virtualmente il legame intrinseco che ha unito queste due collezioni alla raccolta delle schede fotografiche prodotte dal CRDE, successivamente denominata Fondo fotografico "Massimo Adolfo Vitale".


Le carte dei fondi d'archivio "Comitato Ricerche Deportati Ebrei" e "Massimo Adolfo Vitale" sono importanti sia dal punto di vista della comprensione delle dinamiche di reperimento delle informazioni sui deportati, sia per gli studi sulle origini della storiografia sulla persecuzione e deportazione degli ebrei dall'Italia.
Alla base del lavoro del CRDE e soprattutto di Vitale, c'era un desiderio di conoscenza che qui abbiamo definito come "ansia di sapere".
L'ansia era prima di tutto quella dei famigliari delle vittime che da mesi e mesi non avevano più alcuna notizia dei propri cari e che per questo si rivolgevano al CRDE.
Ma l'ansia di sapere era anche quella che muoveva persone come Massimo Adolfo Vitale a cercare di capire le dinamiche, politiche e sociali, che avevano reso possibile la tragedia della deportazione e l'uccisione di migliaia di persone.
La documentazione tenacemente cercata per l'identificazione delle vittime, divenne per Vitale uno straordinario strumento di riflessione sulla storia del recentissimo passato. Nel processo di lenta "ricostruzione" del quadro distrutto dell'ebraismo italiano, maturava in Vitale l'esigenza di ricollocare quel quadro in un contesto, in una storia.

Se dunque le carte del CRDE ci conducono più direttamente nell'universo dei contatti e delle relazioni intraprese da Vitale per recuperare informazioni sui deportati; se ci portano a scoprire le uniche quattro liste di trasporto (transportliste) rinvenute, delle decine di convogli nazisti partiti dal territorio italiano fra il 1943 e il 1945; se ci mostrano il materiale di lavoro del CRDE, le schede identificative (gli "schedari") grazie a cui nel 1953 si poté arrivare ad una prima drammatica conta delle vittime; le carte di Vitale ci mostrano invece soprattutto il lavoro - un "paziente e metodico lavoro di scavo" l'ha definito Guri Schwarz (1) - svolto anche per la ricollocazione degli avvenimenti in una narrativa collettiva, che riguardava tutti gli italiani.
"Massimo Adolfo Vitale - osserva ancora Guri Schwarz - rientra nel novero di quelle figure - in genere pochi e isolati individui - che, cessate le ostilità, in Europa, in America o in Israele, si dedicarono con tenace perseveranza al rastrellamento di dati e testimonianze, sollecitando alla memoria individui e collettività che invece cercavano disperatamente di passare oltre" (2) . E difatti già nel 1947 Vitale era riuscito a identificare gli snodi chiave della politica di persecuzione e della "cultura" antisemita fascista che ne fu alla base, indicando già allora linee, indirizzi di indagine e approfondimento che saranno accolti dalla storiografia successiva. Questi snodi si colgono soprattutto nell'intervento "Le persecuzioni contro gli ebrei in Italia 1938-1945" che Vitale presentò a Parigi al Primo Congresso dei Centri di Documentazione Ebraica del 1947. Tale relazione rappresentò uno dei primi tentativi di ricostruzione della storia delle persecuzioni antiebraiche nel periodo fascista. Essa si distingue non solo perché rappresenta uno dei primi tentativi di ricostruzione della storia del periodo 1938-1945, ma anche perché restituisce una visione organica della storia di quel periodo, nella quale la deportazione degli ebrei appare come un evento non slegato dal passato, bensì in piena continuità con il discorso razzista e antisemita fascista.
"La tragedia degli ebrei italiani e degli ebrei stranieri viventi in Italia durante le persecuzioni nazifasciste - si legge all'inizio della relazione - è stata una "piccola tragedia" in confronto a quella degli altri paesi d'Europa occupati dai tedeschi, ma essa ha avuto delle particolari caratteristiche perché negli altri paesi le persecuzioni furono imposte dal vincitore, mentre in Italia cominciarono prima dell'entrata in guerra dell'Italia stessa, dopo una preparazione attiva dal 1937 al 1938, e furono stabilite da leggi promulgate dal Governo Italiano".
Vitale tuttavia si spingeva oltre e riconduceva le radici del razzismo fascista ai primi anni '20: "Nella sua prima ideologia fascista - scriveva infatti Vitale - [...] Mussolini rivelò i suoi principi razziali, ma senza fare allusione agli ebrei. Egli precisò a Roma, in un Congresso che ebbe luogo nel novembre del 1921 (Terzo Congresso Nazionale Fascista): '...Io voglio far sapere che per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza. I fascisti devono fare tutti gli sforzi possibili per mantenere intatta la purezza della razza perché è la razza che fa la storia'" (3).

Sotto la direzione di Massimo Adolfo Vitale il CRDE cambiò l'originaria fisionomia di centro di assistenza per assumere sempre più quella di centro di documentazione. Dal 1945 fino ai primi anni '50 il CRDE fu un canale di raccolta e trasmissione delle informazioni (la diffusione di un Bollettino informativo settimanale sui deportati, fu tra le prime, evidenti, espressioni di questa funzione); ma fu anche uni dei primi, se non il primo luogo di elaborazione delle informazioni e dei documenti sulla deportazione ebraica.
L'eredità morale del CRDE, così come tutto il patrimonio documentario raccolto da Vitale nel corso della sua attività di ricerca, furono acquisiti dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) nel cui consiglio di amministrazione entrò a far parte lo stesso Vitale (4).
IL CDEC operò in piena continuità con il CRDE, facendo propri gli scopi, acquisendone i documenti e la metodologia stessa di lavoro.

Laura Brazzo


La documentazione fotografica nell'archivio di Massimo Adolfo Vitale

Sul primo numero del "Bollettino di Informazione", un ciclostilato emesso il 27 luglio 1945 dal Comitato Ricerche Deportati Ebrei con lo scopo di aggiornare settimanalmente la comunità sull'andamento delle ricerche, fu pubblicata la richiesta ufficiale "di far pervenire al più presto al CRDE Lungotevere Sanzio 9, una copia di fotografia dei loro cari possibilmente formato tessera, dovendosi procedere alla costituzione di un archivio fotografico". Anche nel numero 3 del Bollettino del 10 agosto 1945 si ricordava che "l'archivio fotografico continua a dare ottime prove" e si invitavano quindi i famigliari dei deportati a consegnare all'ufficio "copia di fotografie dei loro cari, possibilmente formato tessera, e tutte quelle notizie che siano in loro possesso, utili al proseguimento delle ricerche".
Al fine di perfezionare la sua indagine sulla sorte degli ebrei italiani deportati dai nazifascisti, di cui non si avevano più notizie dopo la deportazione e del cui destino poco o nulla si sapeva, Massimo Adolfo Vitale nell'estate del 1945 decise di sistematizzare la documentazione pervenuta al Comitato Ricerche Deportati Ebrei fin dai primi mesi di attività e di creare negli uffici romani uno schedario anche iconografico che contenesse i riferimenti alla persona deportata insieme al ritratto fotografico, riconoscendo alla presentazione del volto un ruolo fondamentale per il riconoscimento. Mostrare le fattezze della persona deportata dal momento in cui si erano perse le tracce era utile per portare avanti le indagini, ad esempio per confrontare i documenti fotografici con altra documentazione confluita al CRDE da varie provenienze o per sottoporle al vaglio di coloro che via via rientravano in Italia dai campi di concentramento. Per un'identificazione il più possibile attendibile furono prescelti gli scatti fotografici eseguiti in una data prossima al momento dell'arresto, che vennero incollati su singole schede d'archivio in cartoncino azzurro - quantificate attualmente in circa 415 esemplari componenti l'attuale Fondo fotografico Massimo Adolfo Vitale - poi organizzate alfabeticamente per cognome del deportato e oggi conservate dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC.

Nell'opera di selezione, si optò talvolta - dove possibile - per l'acquisizione di più ritratti, che mostrassero la persona sotto diversi aspetti, ad esempio con e senza gli occhiali, come nel caso di Aldo Polacco. Laddove invece scarse erano le testimonianze fotografiche e si riuscì a recuperare solo ritratti di coppia, questi vennero ritagliati per ottenere singole pose, come per le sorelle Giuditta e Rosina Di Porto o Fanny e Laura Rubitscheck, da incollare su distinti cartoncini. Nelle foto di gruppo invece, Vitale scelse di segnalare e dar conto soltanto di coloro che erano stati deportati tralasciando di indicare i restanti effigiati (vedi il caso di Ettore Ghiron, ripreso forse insieme alla moglie e al figlio, di cui la scheda riporta solo diffuse informazioni sulle sue vicende di deportazione); un'eccezione fu il caso dei quattro fratelli Lattes i cui nomi vennero tutti riportati nell'intestazione della schede nonostante fossero stati deportati solo in tre in quanto Abramo si salvò, e il motivo è forse da ricercarsi nei dubbi nell'individuazione tra i due uomini della famiglia.

Le fotografie come si accennava furono per lo più incollate sui cartoncini azzurri da schedario; alcuni ritratti però si presentano montati su normali cartoncini colorati: la loro appartenenza all'archivio di Massimo Adolfo Vitale risulta confermata dalle indicazioni dattiloscritte presumibilmente apposte dal CRDE sul supporto secondario, oltre che dalla presenza di una identica numerazione progressiva delle stampe fotografiche (ad esempio "Phot. N° 18" per il ritratto di Costanza Del Monte con Franca ed Enrica Spizzichino presente sul verso). Alcune fotografie infine riportano, sempre sul verso, il timbro a inchiostro con l'indicazione "COMITATO RICERCHE DEPORTATI EBREI/ ROMA - Lungotevere Sanzio 9 - Tel. 52.307".
Nel 2004 il CDEC affidò allo Studio Berselli di Milano un accurato restauro dei supporti fotografici, quasi tutti stampe alla gelatina a sviluppo in formato fototessera o 6x9 cm, che portò alla pulitura, al consolidamento e alla rimozione sia delle colle che delle graffette metalliche, ormai deteriorate, con cui furono incollate sui cartoncini e alla loro sostituzione con materiali idonei a una corretta conservazione a lungo termine. Durante le operazione di restauro fu possibile inoltre accedere alle iscrizioni presenti sul verso delle stampe fotografiche, in cui si trovano riportate preziose indicazioni che hanno permesso in vari casi di datare e localizzare l'esecuzione dello scatto, oltre a confermare l'attribuzione nell'identificazione del soggetto.
Riguardo a quest'ultimo aspetto, la presenza talvolta sul verso del supporto del nome del deportato è stata un valido strumento per identificare con certezza una persona, come nel caso di Ermanno Fano, indicato erroneamente sulla scheda d'archivio con il nome di Eugenio Fano. La maggior parte delle fotografie pervenute all'archivio, come d'altronde richiesto dallo stesso Vitale, furono foto tessere spesso recuperate dai documenti d'identità, come nel caso di Alda Fiorentino Efrati, di cui l'archivio conserva sia la scheda d'archivio azzurra sia la carta d'identità da cui il fototipo fu strappato.

Riguardo alla datazione dei documenti fotografici, poche fotografie recano un'indicazione certa; la maggior parte degli scatti sono in generale da riferirsi a un periodo riconducibile agli anni Trenta e inizio degli anni Quaranta del Novecento. In assenza di una datazione precisa, si è ovviamente considerato come riferimento cronologico ante quem la data dell'arresto dell'effigiato.
Da segnalare infine, oltre ai ritratti fotografici dei deportati provenienti dalla sede romana del Comitato Ricerche Deportati Ebrei, che l'archivio del CDEC conserva i patrimoni fotografici provenienti dalla sezione di Genova del CRDE (85 ritratti) e dalla Comunità israelitica di Torino (167 fotografie) in cui sono presenti in alcuni casi duplicati dei medesimi ritratti, esemplari quindi che venivano fatti circolare per l'Italia nel tentativo di rintracciare e acquisire il maggior numero possibile di notizie sui propri cari dispersi.


Daniela Scala
Bibliografia di riferimento

Liliana Picciotto Fargion, L'attività del Comitato ricerche deportati ebrei. Storia di un lavoro pionieristico (1944-1953), in Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, a cura dell'Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, FrancoAngeli, Milano 1989, pp. 75-98.

Liliana Picciotto Fargion, La liberazione dai campi di concentramento e il rintraccio degli ebrei italiani dispersi, in Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli Ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, a cura di Michele Sarfatti, atti del convegno tenuto a Milano nel 1997, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea - Comitato nazionale per le celebrazioni del cinquantennale della Repubblica e della Costituzione, Giuntina, Firenze 1998, pp. 13-30.

Liliana Picciotto, Le fotografie della Shoah italiana, in Conoscere la Shoah. Storia, letteratura, filosofia, teologia, arte, a cura di Massimo Giuliani, Editrice La Scuola, Brescia 2013, pp. 52-60.

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