| forma giuridica |
privato |
| tipologia |
partito e movimento politico/associazione politica |
| descrizione |
Il Partito socialista italiano (PSI) venne fondato a Genova nell'agosto 1892 aggregando tra loro il Partito socialista rivoluzionario di Romagna di Andrea Costa, il Partito operaio italiano di Costantino Lazzari e Giuseppe Croce, la Lega socialista milanese di Filippo Turati e altre leghe e movimenti operai italiani di ispirazione socialista. Inizialmente, al partito venne dato il nome di Partito dei Lavoratori Italiani, poi cambiato in Partito socialista dei lavoratori italiani nel 1983 e infine in Partito Socialista Italiano nel 1895. Il partito socialista si diffuse rapidamente soprattutto nel Centro-Nord nelle fabbriche e tra le masse contadine, creando sindacati e cooperative. Alla linea prettamente riformista perseguita da Turati e poi da Ivanoe Bonomi, che vide il PSI alleato di radicali e repubblicani e interlocutore dei diversi governi Giolitti, fece seguito una linea più intransigente che assunse la direzione del partito all'indomani della Guerra di Libia. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale vide delle divisioni all'interno del partito tra la posizione pacifista e neutrale maggioritaria, l'interventismo democratico di Gaetano Salvemini e Cesare Battisti e l'interventismo rivoluzionario di Benito Mussolini, che per questo venne rimosso dalla direzione dell'Avanti ed espulso dal partito. Nelle elezioni del 1919 il PSI divenne la maggiore forza politica italiana, mentre la vittoria massimalista al congresso di Bologna determinò l'adesione del PSI alla Terza Internazionale. La mancata trasformazione del Bienno Rosso in una vera e propria rivoluzione e le pressioni del Comintern portarono ad una scissione al congresso di Livorno del 1921 e alla fondazione del Partito Comunista d'Italia (PCI). L'anno successivo venne espulsa anche l'ala riformista del partito, che andò a formare il Partito Socialista Unitario (PSU). Nel frattempo il partito fascista era riuscito a prendere il potere in Italia: il PSI, come tutti i partiti italiani ad eccezione del PNF, venne sciolto e buona parte dei suoi dirigenti riparò in Francia. Qui i socialisti fondarono la Concentrazione antifascista nel 1927 e nel 1930 il PSI e il PSU si riunificarono per iniziativa di Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. Nel 1934 il PSI riallacciò i rapporti anche con il PCI, rapporti che si rafforzarono con lo scoppio della guerra civile spagnola e dell'attacco tedesco all'URSS. Con la caduta di Mussolini e soprattutto in seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943 i socialisti presero parte attiva alla Resistenza sia tramite le brigate Matteotti sia tramite la promozione e la partecipazione al Comitato di Liberazione Nazionale. Nel frattempo, nel PSI era confluito anche il Movimento di Unità Proletaria fondato a Milano da Lelio Basso, portando temporaneamente il partito ad assumere il nome di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Terminata la guerra, il PSIUP emerse come il principale partito di sinistra in Italia. Tuttavia, già nel 1947, al Congresso di Roma, la componente socialdemocratica di Saragat fuoriuscì dal partito perché contraria all'alleanza con i comunisti e fondò il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), mentre Nenni ridiede al partito il nome di PSI. La vittoria della DC alle elezioni lascò il PSI all'opposizione per diversi anni. Durante questo periodo si verificò un rinnovato avvicinamento tra il PSI di Nenni e il PSDI di Saragat motivato principalmente dall'apertura di entrambi al dialogo con i cattolici e dalla critica all'intervento sovietico a Budapest nel 1956, sostenuto invece dal PCI. Con il Congresso di Venezia del 1957 si posero le basi per una collaborazione con la DC, collaborazione che divenne necessaria in seguito alla caduta del del Governo Tambroni nel luglio 1960. Così, nel 1962 il PSI dava il suo sostegno al Governo Fanfani, che da parte sua si impegnava in un programma riformatore e più aperto alle istanze della sinistra, e nel 1963 entrava ufficialmente a far parte del Governo Moro. Ciò provocò un'altra scissione dell'ala più a sinistra del partito, che rifondò il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e si schierò all'opposizione. Per controbilanciare questa perdita, il PSI, ora sotto la guida di Francesco De Martino, tentò brevemente di riunificarsi con il PSDI, ma il progetto non ebbe successo e i due partiti si divisero poco dopo. Le contestazioni del Sessantotto spinsero De Martino a cercare un'apertura con i comunisti, ma la crescita del PCI e la strategia del compromesso storico messa in atto da Enrico Berlinguer rafforzarono le correnti autonomiste del PSI e portarono, nel 1976, alla sostituzione di De Martino con Bettino Craxi. Con Craxi prese avvio una profonda riforma del partito che lo portò ad allontanarsi dal socialismo in favore della socialdemocrazia, a proporsi come alternativa al partito comunista e a sostenere delle alleanze di governo in chiave anticomunista. Visivamente, questo cambiamento venne reso con l'adozione del garofano rosso in sostituzione della falce e del martello come simbolo del partito. Craxi riuscì così ad ottenere la Presidenza del Consiglio tra il 1983 e il 1987, ma la linea politica da lui adottata allontanò parte dell'elettorato storico del PSI. Le inchieste di Tangentopoli iniziate nel 1992 colpirono anche il PSI e il suo segretario, che fu costretto a dimettersi. Nel 1994, a causa della crisi politica e della crisi finanziaria ad essa collegata, il partito venne definitivamente sciolto. |
| fonti |
|