Liliana Segre - Intervista a Liliana Segre

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Genereaudiointervista
Cronologia1991 ott. 08 - 1992 mar. 23
Persone

Segre, Liliana

Segre, Alberto

Foligno, Lucia

Segre, Giuseppe

Loevvy, Olga

Ravenna, Giulio

Ravenna, Rino Lazzaro

Silvera, Violetta

Bellak, Giorgina

Sacerdote, Luciana

Sacerdote, Laura

Levi Bianca

Coeh Graziella

Meda Luigi

Levi Giuseppe

Mezzan Marco

Sofia Schafranov

Abstract

L'intervista è stata registrata a Milano.

Liliana Segre nacque a Milano il 10 settembre 1930 da Alberto Segre e Lucia Foligno. La madre morì di tumore pochi mesi dopo la nascita di Liliana ed il padre si trasferì con la bimba a casa dei propri genitori Giuseppe Segre e Olga Loevvy situata in corso Magenta a Milano. Liliana crebbe qui, in un ambiente laico senza la consapevolezza di essere ebrea. Il padre si occupava dell'amministrazione della ditta di famiglia che produceva tessuti. Liliana frequentò la prima e la seconda elementare alla scuola pubblica di via Ruffini sino al 1938 quando, a causa delle leggi antiebraiche, fu costretta ad iscriversi all'istituto delle Marcelline. Poco prima, su consiglio dello zio paterno, sposato con una donna cattolica, l'intera famiglia Segre si era battezzata con rito cattolico, sperando di evitare ulteriori persecuzioni. Il padre continuò a lavorare nonostante le leggi razziali ma ricevette intimidazioni e minacce poiché apertamente antifascista; fu costretto a vendere alcuni cavalli che possedeva in una scuderia a San Siro e licenziò ufficialmente la fedele governante di casa, Susanna Aimo, che però continuò a lavorare per la famiglia Segre clandestinamente. In seguito, anche la ditta di famiglia venne sequestrata. Dopo i bombardamenti su Milano del 1942 la famiglia sfollò insieme alla governante a Inverigo dove il padre affittò una villetta. Qui Liliana sospese gli studi riuscendo però, nell'estate del 1943, a sostenere l'esame di seconda media presso l'istituto delle suore nel frattempo sfollate a Grandola. Rimase con le religiose per circa due settimane per questo motivo, ed il padre, intuendo i pericoli futuri, le propose di rimanere e nascondersi. Liliana rifiutò di separarsi dalla famiglia e tornò con lui a Inverigo. Dopo l'8 settembre 1943 il padre di Liliana fu convocato dai repubblichini nella vicina caserma e minacciato per le sue idee antifasciste. Decise quindi di mandare la figlia da alcuni conoscenti a Ballabio per proteggerla, mentre lui rimase con i genitori a Inverigo. Nell'ottobre del 1943, durante una visita a Liliana, venne arrestato insieme agli uomini del paese dalle truppe tedesche che, fortunatamente, non si accorsero che era ebreo e lo rilasciarono. Dopo questo episodio la preoccupazione crebbe e Liliana fu mandata a Castellanza, vicino a Legnano, nella elegante villa della famiglia Civelli, conoscenti del padre. Quest'ultimo, angosciato per i propri genitori, ormai anziani e malati, non voleva abbandonarli per espatriare in Svizzera con la piccola Liliana. Fu solo quando ebbe ottenuto un certificato dalla questura dichiarante che i genitori "non nuocevano al Terzo Reich in quanto invalidi che, a malincuore, prese la decisione di fuggire dall'Italia con la figlia, lasciandoli alle cure della governante. Con l'aiuto della famiglia Civelli pianificò l'espatrio: ai primi di dicembre del 1943 Liliana partì col padre da Legnano e raggiunse Saltrio, dove li aspettavano alcuni contrabbandieri. Il giorno dopo, insieme ad altri due uomini anziani,  Giulio e Rino Ravenna, raggiunsero il confine e lo superarono. I quattro fuggiaschi furono arrestati da un soldato svizzero e condotti al comando di Arzo, dove però la loro richiesta d'asilo venne respinta. Furono scortati quindi al confine ed abbandonati nella "terra di nessuno", la striscia di territorio tra le due frontiere. Esausti e disperati si consegnarono alle autorità italiane a Saltrio pur sapendo di finire nelle mani delle SS. Queste ultime li presero in consegna il 9 dicembre 1943 e li trasferirono nel carcere di Varese. Qui, Liliana fu separata dal padre e imprigionata in una stanza con altre donne; conobbe Violetta Silvera, una ragazza di qualche anno più grande, che la prese sotto la sua ala durante i giorni passati nel carcere. Il 13 dicembre 1943 i prigionieri ebrei di Varese vennero trasferiti su furgonati al carcere di Como. Liliana, sempre divisa dal padre, trascorse poco più di una settimana nel vecchio carcere dove conobbe Giorgina Bellak. In seguito si riunì al padre durante il trasferimento a San Vittore il 20 dicembre 1943. Nel carcere milanese Liliana insieme al padre venne sistemata nel quinto braccio dove le celle erano aperte e i prigionieri potevano spostarsi liberamente sino al coprifuoco alla sera. Le SS interrogarono i prigionieri, anche violentemente, per scoprire l'ubicazione dei loro averi a scopo di rapina ma Liliana venne risparmiata data la giovane età. Il padre, intuendo l'imminente deportazione, cercò di convincere alcune donne prigioniere affinché si prendessero cura della figlia qualora fosse stata separata da lui. Verso la fine di gennaio del 1944 il braccio carcerario si riempì di nuovi prigionieri ebrei provenienti da tutta Italia ed il 29 gennaio venne loro comunicata la partenza per la Germania il giorno dopo. La notizia gettò tutti nella disperazione più totale; Rino Ravenna si suicidò gettandosi dall'ultimo piano dell'edificio. La mattina del 30 gennaio 1944 Liliana ed il padre furono caricati insieme ad altri 700 ebrei su alcuni furgonati scoperti che li portarono nei sotterranei della Stazione Centrale. Qui i prigionieri vennero stipati con ferocia dalle SS in vagoni bestiame. Liliana ed il padre si ritrovarono insieme alla famiglia Silvera, conosciuta a Varese. Il viaggiò durò una settimana; dopo alcune soste, il 6 febbraio 1944 il treno raggiunse la stazione civile di Auschwitz, quindi proseguì sino a Birkenau, dove i prigionieri furono costretti dalle SS a scendere e ad incolonnarsi. Liliana venne separata dal padre, si mise in fila con le altre donne e condotta all'interno del campo di Birkenau; in una baracca venne immatricolata e tatuata con il n° 75190; fu spogliata e le vennero consegnati vestiti civili usati e umidi del tutto inadatti alla stagione invernale e calzature spaiate. Fu sistemata nella baracca di quarantena per due settimane circa dove iniziò a conoscere la routine del campo, delle sue condizioni e delle punizioni. Scoprì inoltre da alcune prigioniere la triste fine di coloro che non avevano superato la selezione iniziale. In questo periodo conobbe alcune ragazze italiane: Luciana e Laura Sacerdote e Bianca Levi. Dopo 15 giorni di inattività Liliana venne convocata insieme ad un centinaio di prigioniere ad un appello: venne assegnata insieme alle sorelle Sacerdote alla fabbrica di munizioni Union di proprietà del gruppo Siemens, situata fuori dal campo nella zona industriale di Auschwitz. Le venne consegnata la divisa zebrata del campo e fu trasferita in una baracca adibita alle operaie della fabbrica nel campo di Birkenau. Dopo alcuni giorni venne portata dalla kapò alla baracca per la disinfestazione dai pidocchi; qui venne rasata e spogliata: rimase nuda e sola in una stanza per una giornata intera prima che le venissero riconsegnati i vestititi disinfettati. Nei giorni seguenti chiese ai prigionieri maschi che lavoravano in fabbrica notizie del padre;  seppe che era stato trasferito nel sotto-campo di Buna. La dura vita del campo fiaccò enormemente il fisico e la psiche di Liliana. Al gruppo delle operaie italiane si aggiunse in seguito anche Graziella Cohen, una ragazza ebrea di Roma. Nel novembre del 1944 le operaie vennero trasferite nel campo di Auschwitz-1. Qui gli alloggi erano leggermente migliori così come le condizioni igieniche ma l'inflessibilità delle SS rimase invariato: Liliana assistette in questo periodo all'impiccagione nel piazzale del campo di due operaie accusate di sabotaggio. Le prigioniere furono costrette dalle SS ad osservare l'agonia delle donne morenti. Nel gennaio del 1945 nel campo iniziò a serpeggiare il nervosismo tra i guardiani tedeschi per l'avanzata dell'esercito russo. Liliana sfruttando l'attenuarsi della sorveglianza riuscì a penetrare nel deposito del campo, il cosiddetto "Kanada"; qui trovò ammassati migliaia di oggetti precedentemente appartenuti ai deportati: vestiti, calzature, cibo, gioielli, denaro. Riuscì a trafugare un maglione per proteggersi dal gelo. Alla fine di gennaio, Liliana e le altre operaie furono condotte fuori dalla fabbrica dove stavano lavorando ed incolonnate insieme ad altri prigionieri. Senza nessuna spiegazione era cominciata la lunga marcia di evacuazione da Auschwitz verso la Germania: una fila enorme di persone costrette a camminare al gelo, tra la neve, quasi senza cibo per giorni e giorni. Chi crollava veniva abbandonato a se stesso oppure finito dalle SS. Durante la marcia Liliana cercò di rimanere con le compagne; tuttavia le perse di vista e rimase sola. Fu caricata dopo giorni di marcia su un vagone merci aperto e viaggiò in treno verso un piccolo campo di concentramento. Durante il viaggio il freddo durissimo stroncò la vita a moltissimi prigionieri. Nel campo rimase per circa due settimane senza essere registrata; la distribuzione di cibo era minima e non esistevano i servizi igienici. Liliana, fortemente indebolita, ebbe un infezione al braccio causata da una puntura d'insetto durante la permanenza ad Auschwitz. Nonostante il peggiorare delle sue condizioni decise, terrorizzata di essere eliminata, di tenere nascosto il fatto. In seguito fu trasferita insieme alle altre prigioniere a Ravensbruck: qui rimase inattiva, senza lavorare, ormai quasi incapace di reggersi in piedi. Nel campo le SS erano in subbuglio per l'imminente arrivo dell'Armata Rossa; ciò nonostante la durezza dei guardiani sulle internate non si affievolì minimamente ma anzi si intensificarono le punizioni e gli omicidi. Liliana fu poi trasferita con un treno passeggeri nel sotto-campo di Malchow dove ritrovò le sorelle Sacerdote. L'infezione al braccio si era estesa in maniera preoccupante e Liliana, in preda ad atroci dolori, si decise ad andare all'infermeria: qui venne "operata" con un paio di forbici arrugginite e bendata con carta igienica prima di essere rimandata nella baracca con le altre prigioniere. A Malchow rimase inattiva, praticamente senza mangiare, fino a quando i tedeschi cominciarono ad evacuare il campo alla fine di aprile del 1945. Liliana si aggregò a un gruppo di prigioniere francesi separandosi dalle sorelle Sacerdote, troppo deboli per affrontare il viaggio. Camminando a stento attraversò centri abitati nutrendosi con la spazzatura dei civili tedeschi. Dopo tre giorni di marcia si ritrovò su una strada molto trafficata: vide civili in fuga, soldati tedeschi in ritirata e ad un tratto i sorveglianti SS si tolsero la divisa per indossare abiti normali per mimetizzarsi e sfuggire al nemico. Liliana capì di essere finalmente libera. Era il 1 maggio 1945. Frastornata dalla situazione e debolissima continuò a camminare tra la folla fino al momento in cui il contingente americano sfrecciò sulla strada gettando dai camion pacchi di sigarette, cioccolato e frutta secca. Dopo essersi rifocillata cercò un rifugio per riposarsi e ritrovò in una casa le ragazze francesi che erano state prigioniere con lei. Insieme a loro rimase qualche giorno, nutrendosi e dormendo, cercando di riprendere le forze. Dopo alcuni giorni raggiunse il comando alleato di stanza a Ludwigslust dove venne presa in custodia dagli Americani che le curarono l'infezione al braccio con la penicillina e la nutrirono. Qui ritrovo l'amica Graziella Cohen e riuscì a rimettersi in forze. Fu in seguito trasferita al campo di raccolta di Jessenitz sotto la custodia inglese dove, al contrario, fu trattata, così come gli altri italiani, con scarso riguardo. Dopo circa due settimane gli Americani presero il controllo del campo e Liliana venne trasferita insieme agli altri italiani a Lunenburg Heide lungo l'Elba. Qui trascorse tre mesi dal giugno all'agosto 1945 riposandosi e rifocillandosi sino a riprendere il peso normale. Riuscì anche a comunicare in Italia spedendo una cartolina alla famiglia Civelli che avvertì lo zio di Liliana del fatto che era sopravvissuta. Ritrovò inoltre Luciana Sacerdote, triste per la perdita della sorella Laura pochi giorni dopo la liberazione. Alla fine di agosto del 1945 Liliana partì con Graziella Cohen alla volta dell'Italia. Arrivò a Bolzano in treno e successivamente salì su un camion che la portò a Milano. Insieme a Graziella raggiunse la casa di famiglia in corso Magenta che però trovò chiusa. Il portinaio, che la conosceva bene, avvertì allora lo zio ed i nonni materni. Liliana si separò da Graziella Cohen e andò a vivere coi parenti. Scoprì che anche i nonni paterni, nonostante i documenti che avrebbero dovuto salvarli, erano stati arrestati nel maggio del 1944 dai repubblichini a Inverigo ed internati nel campo di Fossoli per poi essere deportati in Germania da cui non fecero mai ritorno. La speranza di rivedere l'amato padre scomparì velocemente e Liliana cadde in un periodo di grande depressione. Si sentì sola, diversa dagli altri e inascoltata: le sofferenze patite non potevano essere raccontate e venivano in ogni caso raramente credute. La sua salvezza fu lo studio; completò le scuole medie e nell'ottobre del 1945 si iscrisse al liceo classico. Nel 1948 conobbe il futuro marito, un ex ufficiale italiano che era stato arrestato in Grecia ed aveva subito la deportazione in Germania.

Nell'ultimo file audio, l'intervistata approfondisce il discorso sull'incarcerazione a S.Vittore e sulla partenza da Milano

Liliana Segre venne trasferita insieme al padre da Como al carcere di San Vittore intorno al 20 dicembre 1943. Viaggiò su un camion scoperto ed entrò nell'istituto dall'ingresso di via Filangeri. I nuovi prigionieri vennero registrati dal detenuto Luigi Meda, un conoscente del padre. Gli ebrei vennero portati nel quinto raggio dove trovano le celle aperte. Potevano spostarsi liberamente con le limitazioni del coprifuoco serale e di stare lontani dalle finestre. La cella di Liliana e del padre aveva un letto a muro e una brandina. I secondini italiani non si vedevano spesso; solamente alla distribuzione dei pasti. Il cibo non era scarso. A volte il padre di Liliana pagava i secondini per farla mangiare di più. Gli ebrei vennero interrogati dalle SS sulla posizione dei loro beni mobili ed immobili a scopo di rapina. Liliana non venne interrogata e non seppe se venisse usata violenza sui prigionieri dal momento che il padre la teneva all'oscuro sulle situazioni spiacevoli. I prigionieri meno recenti raccontarono di avere subito sevizie e torture nelle settimane precedenti all'arrivo di Liliana. Durante la sua permanenza invece non assistette a nessuna violenza da parte delle SS. Liliana ed il padre intrattennero rapporti con parecchie persone nel carcere: la famiglia Morais, la famiglia Balcone, la famiglia Silvera, Giulio e Rino Ravenna, Giuseppe Levi, Marco Mezzan, la dottoressa Sofia Schafranov. Liliana frequentò in questo periodo alcune lezioni di tedesco tenute ai bambini dalla signora Balcone. Clandestinamente si poteva avere contatti con l'esterno; infatti una signora incinta riuscì ad essere scarcerata insieme alla figlia, probabilmente facendo pagare al marito una grossa somma ai carcerieri. Al momento della deportazione rimasero nel braccio solamente i figli nati da matrimoni misti e gli ebrei di nazionalità straniera. Liliana e il padre vennero caricati alla mattina presto su un camion aperto nel cortile del carcere. Il convoglio, che trasportava circa 700 ebrei, uscì da via Filangeri e percorse la città deserta sino alla Stazione Centrale. Qui entrò nei sotterranei e scaricò i passeggeri. Ad attenderli c'erano le SS schierate davanti ai carri bestiame.

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