Liliana Segre - Intervista a Liliana Segre al carcere San Vittore a Milano e a casa

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Generevideointervista
Cronologia1995 set. 21 - 1995 ott. 02
Persone

Segre, Liliana

Segre, Alberto

Ravenna, Giulio

Sacerdote, Luciana

Credits

(intervistatore) Picciotto, Liliana

(committente) Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC

Luoghi Milano Saltrio (VA) Varese Como Auschwitz Birkenau Auschwitz Premeno (VB) Viggiù (VA) Macugnaga Ravensbrück Merzdorf
Abstract

Intervista realizzata il 21 settembre 1995 all'interno del carcere di San Vittore (MI) da Liliana Picciotto, nell'ambito del progetto "Intervista alla storia" (vedi scheda relativa) Figlia di Alberto Segre e Lucia Foligno, Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930, figlia unica rimasta a pochi mesi senza mamma e cresciuta con il padre a casa dei nonni. Dopo un tentativo di fuga in Svizzera fallito, lei e il padre vengono portati, dopo Como e Varese, al carcere di San Vittore, dove occupano la stessa cella. È nel carcere di San Vittore che un giorno sceglierà da un mucchio di vestiti portato da una SS il "vestitino di lana azzurro" con cui giungerà a Auschwitz-Birkenau. Di famigilia sostanzialmente agnostica, Liliana si rende conto per la prima volta di essere una bambina ebrea quando nell'estate del 1938 le spiegano che non può più andare a scuola e anche la ditta di tessuti di famiglia è costretta di fatto a chiudere. Quando nel '42 cominciano i bombardamenti su MIlano, sfolla con il padre a Inverigo, in Brianza. Il 6 febbraio, dopo un viaggio iniziato il 30 di gennaio, Liliana giunge a Auschwitz, e la cosa che le è rimasta impressa è "il grande orologio della stazione", che per quasi tutti i deportati "scandiva quella che fu l'ora della morte". Quando al campo sente i primi racconti su camere a gas e forni crematori pensa che chi sta parlando sia impazzito. Liliana ricorda che quando uscivano dal campo per andare a lavorare in una fabbrica vicina erano accompagnate da un'orchestra e dovevano cantare canzoni allegre, anche se allegre certo non erano, e a volte incrociavano adolescenti della Hitlerjuden che le coprivano di sputi. Quindi racconta delle selezioni, alcuni episodi che riguardano la fabbrica di munizioni Union, della terribile 'Marcia della morte' di fine gennaio del '45, a seguito dell'evacuazione del campo, E ancora, ricorda Ravensbruck, Merzdorf. In quest'ultimo campo vedrà il comandante mettersi in borghese e liberarsi dalla pistola alla notizia dell'arrivo imminente di russi e americani, e sentirà il terribile impulso a raccogliere quell'arma da terra e vendicarsi, ma l'educazione, l'etica trasmessa da suo padre avrà il sopravvento. Arrivata a Bolzano dopo la liberazione e invitata a scrivere il proprio nome su un elenco della Croce Rossa, Liliana riesce a scrivere il suo nome e sente di non essere più il numero 75190 che le hanno tatuato sul braccio.

Indice dei contenuti

1 Orfana di madre

2 San Vittore e il vestitino di lana celeste

3 Giulio Ravenna

4 La coscienza di essere ebrea

5 Il bombardamento su Milano del '42

6 L'orologio di Auschwitz

7 Gli sputi della Hitlerjuden

8 'Blocksperre': 'chiudere le baracche'

9 La fabbrica Union

10 La 'Marcia della morte'

11 Ravensbruck-Merzdorf

12 Luciana Sacerdote

13 Il nome al posto del numero

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